giovedì 27 dicembre 2007

IL MITO DELL'ISTRUZIONE



Intervista di David Cayley tratta dal libro Conversazioni con Ivan Illich (Ivan Illich in Conversation, 1988); Elèuthera, 2003

Come è nato Deschooling Society (Descolarizzare la società)? Inizialmente avevi fiducia nella struttura scolastica tradizionale?

No, ho sempre ritenuto che la scuola rispondesse alle esigenze di altri. Sono cresciuto senza una educazione scolastica formale. A sei anni, quando le lingue che conoscevo erano il francese, l'italiano e il tedesco, mia madre voleva iscrivermi a una scuola di Vienna, una scuola molto buona dove per i bambini era già in uso la pratica dei test. E questi decretarono che ero un bambino ritardato. Il che fu per me un grande vantaggio perché così potei stare per due anni nella biblioteca di mia nonna, leggere i suoi romanzi e cercare nei dizionari tutte quelle cose interessanti che possono eccitare la curiosità di un bambino dispettoso di sette anni. A scuola sono andato, ma a intervalli irregolari. Quando avevo otto anni, per esempio, venne improvvisamente deciso che avrei dovuto imparare il serbo-croato per prepararmi a un esame che mi avrebbe consentito di andare a scuola in Yugoslavia, dove mio padre aveva un qualche incarico ufficiale. Così imparai la lingua da un professore, un certo Ivanovich, che m'insegnò cose molto interessanti sulle modalità iterative e re-iterative del serbo-croato. In realtà non ho mai imparato a parlare la lingua, ma alla fine fui più o meno pronto per andare a scuola.

Non ho mai preso seriamente la scuola. Di fatto tutto quello che ho imparato l'ho imparato fuori dalla scuola. Ma in effetti non mi ero mai posto il problema della scolarizzarione. Solo nel 1956, quando mi ritrovai improvvisamente vice-rettore dell'Università Cattolica di Ponce a Puerto Rico e, a un anno di distanza, membro del Consejo Superior de Enseñanza (Consiglio Superiore dell'Istruzione), che sovrintendeva a tutti i livelli, dalle università fino alle scuole elementari, non potei fare a meno di chiedermi: cos'è tutta questa struttura creata intorno all'istruzione? Fino a quel momento non ci avevo mai riflettuto seriamente e mi ci vollero poi quasi dieci anni. Quando ci siamo incontrati erano circa dieci anni che stavo cercando di decifrare il significato dell'intera cosa.

E come sei giunto alla conclusione che non aveva alcun senso?

Dapprima pensai che fosse strutturata in modo ingiusto perché costringeva la gente ad andare a scuola e di lì cominciai a riflettere se avesse o meno un qualche senso. In questa direzione l'incontro con Everett Reimer ebbe per me una grande importanza. Di quindici anni più vecchio di me, all'epoca - 1956 - Everett era presidente della Human Resources Planning Commission. Lo incontrai a una riunione con operatori d'alto livello su come pianificare un progetto educativo. Le bottiglie vengono progettate. Le confezioni per i reggiseni vengono progettate. Come progettare il sistema educativo e come coinvolgere le università nella realizzazione di quel progetto erano le questioni all'ordine del giorno.

Gran parte della mia vita è in realtà il risultato dell'avere incontrato la persona giusta al momento giusto e dell' esserne diventato amico. Con Everett andò esattamente così. Tuttavia rimasi confuso dal termine da lui utilizzato, planning, pianificazione, una parola che non avevo mai utilizzato in precedenza. Controllai sui dizionari e non la trovai. La prima volta che apparve sui dizionari fu dopo la seconda guerra mondiale. Un altro termine inconsueto era "risorse umane". Come trasformare gli esseri umani - quei jibaritos portoricani con i quali trattavo - in risorse umane?

Mi ricordo che in occasione del mio successivo viaggio a New York ero andato a Princeton per vedere Jacques Maritain, che all'epoca viveva lì. Ci eravamo incontrati a Roma in un seminario ed era diventato un caro amico e un prezioso consigliere. Il suo fantasioso tomismo significò molto per me. A quel tempo era un uomo anziano con una faccia, come disse una volta Ann Freemantle, ritagliata da una vetrata di Chartres[1]. Lo avevo visto diverse volte negli Stati Uniti perché quando soffrì di un attacco di cuore, ebbi l'onore di sostituirlo in un seminario che teneva sul de ente et essentia di san Tommaso. Nel 1957, mi ritrovai di nuovo seduto lì con lui. Teneva in mano una tazza di tè che stava mescolando con un cucchiaino quando gli parlai della questione che mi angustiava, e cioè che in tutta la sua filosofia non avevo trovato alcuna possibilità di accesso al concetto di pianificazione. Lui mi chiese se si trattasse di una parola inglese per indicare la contabilità, e io gli risposi di no... provò con ingegneria, e risposi ancora di no... poi a un certo punto mi disse: "Ah! Je comprends, mon cher ami, maintenant je comprends". Adesso finalmente ho capito. "C'est une nouvelle espèce du péché de présomption". Il termine pianificazione indica una nuova varietà del peccato di presunzione.

Fu lungo questa sorta di percorso a ostacoli che giunsi a comprendere come funzionava il sistema educativo a Puerto Rico. Per cominciare, grazie alle lunghe conversazioni con Everett, potei approfondire la mia conoscenza dei pragmatisti e degli empiristi della tradizione filosofica inglese. Poi mi domandai: che succederebbe alla scuola se si mettesse tra parentesi la sua pretesa di educare? Forse soltanto in quel modo sarei riuscito a scoprire la sua funzione. All'epoca c'era già a disposizione una macchina che chiamavano computer. Non aveva niente a che vedere con quelli che usiamo oggi, tuttavia poteva già immagazzinare i cosiddetti dati e organizzarli. Potevo dunque richiedere dei dati. Quando esaminai i tabulati, risultò piuttosto evidente che dopo dieci anni di intenso sviluppo -un'altra di quelle parole! - del sistema scolastico di un Paese che, insieme a Israele, in quel momento era considerato la vetrina dello sviluppo a livello mondiale, la scolarizzazione a Puerto Rico era organizzata in modo tale che la metà degli studenti - quella metà che proveniva dalle famiglie più povere - aveva una possibilità su tre di portare a termine i cinque anni di istruzione elementare, cioè quelli obbligatori per legge.

Gran parte della discussione che si svolgeva intorno a me riguardava l'innalzamento immediato degli anni della scuola dell'obbligo. Nessuno sembrava voler fare i conti con il fatto che la scolarizzazione serviva, almeno a Puerto Rico, a consolidare l'originaria povertà della metà dei bambini con un nuovo, interiorizzato, senso di colpa per non avercela fatta. Sono così arrivato alla conclusione che le scuole finiscono inevitabilmente per essere un sistema che produce emarginati, anzi più emarginati che integrati. E dato che la scuola offre sedici, diciotto, diciannove anni di carriera scolastica e non chiude la porta in faccia a nessuno, non potrà che produrre un numero limitato di successi e una netta preponderanza di fallimenti. Nelle menti delle persone che le finanziavano e le progettavano, le scuole avrebbero dovuto incrementare l'uguaglianza. In realtà scoprii che funzionavano come una sorta di lotteria dove quelli che non ce la facevano non perdevano soltanto ciò per cui avevano pagato, ma rimanevano anche segnati per il resto della loro vita come individui inferiori.

Proprio questo mi aveva colpito quando insegnavo nel sistema scolastico del Sarawak nella Malesia orientale. A quel tempo in Malesia il numero di quelli che riuscivano a frequentare l'università, a Mosca o nella British Columbia, era ridottissimo. Eppure tutti s'iscrivevano alle elementari e l'aspirazione era quella di ottenere almeno un diploma di scuola secondaria. Non faccio perciò alcuna fatica a riconoscere che quella piramide straordinariamente ripida costituiva una sorta di giustificazione logica per il fallimento.

Non credi che ormai bisogna essere un po' ottenebrati, stupidi, o comunque intrappolati nei propri sogni sulla società per non vedere queste cose? All'epoca tale riflessione suscitava nella gente una certa sorpresa. Oggi non posso sorprendere più nessuno perché è diventata un'evidenza invariata nel tempo. Penso che l'idea di una scolarizzazione che garantisca l'istruzione sia tramontata nel corso degli anni Settanta, ma negli anni Sessanta e in particolare negli anni Cinquanta, quando sollevavi questo problema venivi trattato davvero come un farabutto, un criminale. Le cose sono cambiate.

Ma sono cambiate in modo strano. Nei primi anni Settanta, quando le tue riflessioni sulla scolarizzazione sono state abbastanza di moda, sembrava che fossero tutti d'accordo con te... Ma a quindici anni di distanza...

Non è cambiato nulla.

Be', qualcosa probabilmente è cambiato, ma non in direzione della descolarizzazione.

Ma la descolarizzazione che intendevo io era la separazione della scuola. Non ho mai voluto abolire le scuole. Ho semplicemente detto: viviamo sotto la Costituzione americana - parlavo agli americani - e nella Costituzione americana avete sviluppato il concetto di separazione delle Chiese. La separazione implica il non ricevere denaro pubblico e quando ho parlato di separazione della scuola la intendevo in questo senso. La mia proposta era che invece di finanziare le scuole, ci si spingesse un po' più in là di quanto si era fatto con la religione, obbligandole a pagare le tasse, così che la scolarizzazione potesse diventare un oggetto di lusso ed essere riconosciuta come tale. In quel modo la discriminazione provocata dalla mancanza di scolarizzazione non avrebbe quantomeno più avuto l'avallo della legge, al pari delle discriminazioni di razza o sesso che erano ormai considerate illegali.

Nella richiesta di descolarizzazione e nell'utilizzo del linguaggio che storicamente è stato impiegato per separare Stato e Chiesa, finisci implicitamente per affermare che la scolarizzazione è in effetti divenuta una nuova forma di religione obbligatoria.

Forse dovrei spiegare come sono arrivato alla mia analisi sulla scolarizzazione. Ti ho detto come ci sono arrivato dal punto di vista pratico: ero responsabile e presiedevo alle decisioni più importanti in materia di istruzione per quanto riguardava la legislazione di Puerto Rico. Così ero costretto a riflettere sul da farsi. E mi sembrava abbastanza chiaro che mi trovavo ad agire in un contesto che appariva ridicolmente simile a quello religioso. Così cominciai a parlare intuitivamente della separazione dell'educazione scolastica. In seguito ne ho fatto un punto centrale, trattando in effetti il sistema scolastico come una continuazione del sistema della Chiesa cristiana nella cultura occidentale.

Quando studiavo teologia, la materia che preferivo era ecclesiologia, che è poi lo studio scientifico, avviato a partire dal IV secolo, di quella particolare comunità che la Chiesa concepisce come suo ideale. Si tratta del primo tentativo di studiare un fenomeno sociale che non è lo Stato, né la legge in quanto tali. L'ecclesiologia, quindi, può essere considerata, in modo provocatorio ma molto rigoroso, come il predecessore della sociologia, un predecessore che però ha una tradizione venti volte più lunga di quella della sociologia come la conosciamo a partire da Durkheim. Ora, io ero molto interessato alle tradizioni e alle dispute attorno a questo fenomeno, che in realtà si riscontra soltanto nella cultura occidentale: una comunità che afferma di essere onnicomprensiva, universale, come lo Stato, e che pure pretende di essere indipendente da esso.

Ero interessato a questo fenomeno da un punto di vista davvero particolare. All'interno dell'ecclesiologia c'è una branca speciale - che conoscono pochissime persone - chiamata liturgia. Ora, la liturgia può essere lo studio di come le persone cantano in chiesa, ma può anche essere studiata come una disciplina intellettuale con una storia che risale ai padri della Chiesa greca e romana. A cavallo tra il II e il III secolo, questa branca della speculazione intellettuale si occupava del modo in cui i rituali creano quella comunità che poi chiama se stessa Chiesa ed è studiata dalla ecclesiologia.

Quando, sotto l'influenza di Everett Reimer, ho cominciato a occuparmi della fenomenologia della scolarizzazione, per prima cosa mi sono chiesto: cosa sto studiando? Mi è apparso abbastanza evidente che non stavo studiando quello che altri mi avevano prospettato, vale a dire il dispositivo più pratico per impartire un'educazione o creare uguaglianza, in quanto mi accorgevo che la maggior parte delle persone rimaneva stordita da questa procedura; nella sostanza si diceva che era impossibile imparare da soli, se non a rischio di rimanere menomati e inabili. In seguito ho trovato delle prove concrete che essa promuoveva un nuovo tipo di ingiustizia autoinflitta.

Così mi sono detto: definiamo la scolarizzazione come la frequenza obbligatoria di gruppi, con un numero di individui superiore a quindici e inferiore a cinquanta, composti da giovani di una particolare fascia di età e da una persona chiamata insegnante, che ha una scolarizzazione maggiore della loro. E quindi mi sono domandato: che tipo di liturgia viene impiegato in questo caso per generare la convinzione che si tratta di un'impresa sociale che ha una certa autonomia dalla legge?

E la risposta?

La risposta è stata che quella era la fabbricazione di un mito, un rituale mitopoietico. Gluckman, che all'epoca era il mio punto di riferimento, afferma che i rituali sono forme di comportamento che rendono coloro che vi prendono parte ciechi di fronte alla discrepanza esistente tra lo scopo per cui esegui la danza della pioggia e le effettive conseguenze sociali che la danza della pioggia ha[2]. Se la danza della pioggia non sortisce alcun effetto, puoi biasimare te stesso per avere danzato nel modo sbagliato. La scolarizzazione, come ho potuto via via rilevare, è il rituale di una società impegnata nel progresso e nello sviluppo. Essa crea quei miti che per una società consumistica sono una necessità. Per esempio ti fa credere che l'apprendimento può essere diviso in varie parti e quantificato, o che è qualcosa che acquisisci solo attraverso un processo. Un processo nel quale tu sei il consumatore e qualcun altro l'organizzatore, e tu collabori producendo la cosa che consumi e interiorizzi.

Perciò sono giunto ad analizzare la scolarizzazione come il rituale di fabbricazione di un mito, il rituale che crea un mito su cui la società contemporanea poi costruisce se stessa. Ne deriva, per esempio, una società che crede nella conoscenza e nel confezionamento della conoscenza, che crede nell'invecchiamento della conoscenza e nella necessità di aggiungere conoscenza a conoscenza, che crede nella conoscenza come valore - non come bene, ma come valore[3] - e che quindi la concepisce in termini commerciali. Tutto ciò è fondamentale per essere un uomo moderno e vivere nelle assurdità del mondo moderno.

Queste erano osservazioni che facevi sulle scuole degli anni Sessanta. Avrebbero potuto essere valide anche per le scuole di cent'anni prima o si trattava di un fenomeno nuovo?

Sarebbe più semplice per me andare ancora un po' più indietro nel tempo. Di recente ho seguito il lavoro di una persona che stava preparando un'interessante tesi su 120 pietisti che in Germania, alla fine del XVII secolo, scrissero dei diari. Ora, questo ricercatore ha osservato che i pietisti che avevano scritto i diari erano persone molto semplici, ed ha allora fatto qualche ricerca con l'intenzione di scoprire per quanti mesi avessero frequentato la scuola del villaggio. È risultato che, con sole tre eccezioni, per apprendere quello che serviva ai 120 pietisti erano occorsi meno di undici mesi di frequenza. Non erano andati a scuola per ricevere un'istruzione. C'erano andati per imparare a tenere in mano la penna. Posso dire che nel Medio Evo il problema era identico. L'idea di andare a scuola per ricevere un'istruzione si sviluppò molto lentamente. Ho sempre affermato che la svolta si ebbé con Comenius, il quale sosteneva che a tutti va insegnato come fare correttamente ogni cosa evitando così di apprenderla in modo errato fuori della scuola[4].

L'idea che la competenza derivi dall'essere istruiti a fare qualcosa, dal fatto che qualcuno te la insegni, è un'idea che comincia a prendere progressivamente piede a partire dal XVII secolo. In realtà, gli effetti sociali della scolarizzazione di cui parlo diventano possibili a Puerto Rico soltanto quando si afferma il principio della scolarizzazione universale obbligatoria. Non ho nulla contro la scuola! Sono contro la scolarizzazione obbligatoria. Sulla scuola la mia posizione è alquanto diversa. Sono convinto che da sempre le scuole combinano il privilegio per nascita con un nuovo privilegio, ma soltanto quando diventano obbligatorie possono combinare la mancanza di un privilegio per nascita con una discriminazione autoinflitta. Le scuole che si basano su un libero accesso consentono l'individuazione di alcuni specifici obiettivi d'apprendimento che una persona può proporsi di raggiungere. Le scuole obbligatorie - come possiamo vedere in questo momento negli Stati Uniti - creano invece una popolazione inebetita, una popolazione "istruita", una popolazione intellettualmente pretenziosa, come non ne abbiamo mai viste prima. Gli ultimi cinquant'anni d'intensa diffusione della scolarizzazione - in America come in Europa - hanno creato consumatori di televisione.

Viviamo in una strana società nella quale la gente è convinta di agire sulla base di dati empirici. Ma in relazione alla scolarizzazione il dato empirico è piuttosto ovvio e non solo rispetto alla giustizia. A partire dall'eccellente libro di Ivar Berg, The Great Training Robbery, che mi è stato dato da Paul Goodman, sono poi stati elaborati numerosi studi simili. Berg dimostra che non c'è assolutamente alcuna connessione tra le materie che gli individui hanno studiato a scuola e l'efficienza degli stessi nei lavori che richiedono una preparazione in quelle materie. C'è una connessione molto stretta tra la quantità di denaro che è stata spesa per la scolarizzazione di una persona e il reddito totale che nel corso della sua vita questa trarrà dal lavoro, ma non c'è alcuna relazione dimostrabile tra la competenza che si suppone abbia acquisito nella scuola e la sua efficienza sul lavoro.

Così la scolarizzazione è una forma d'investimento di capitale in cui l'utile è proporzionale all'investimento, al di là della competenza.

Sì. Nessuno lo mette in dubbio. È un investimento di capitale, ma è anche una forma di controllo sociale, di stratificazione, è la creazione di una società di classe suddivisa in sedici livelli con un numero sempre minore di emarginati quanto più si sale. Sono queste le cose che allora hanno attratto la mia attenzione. La mia impressione è che, sebbene non sia cambiato molto nell'impegno complessivo della nostra società verso la scolarizzazione, ci sono però migliaia di persone che vedono chiaramente, con sguardo cinico e smaliziato, quello che fa questa istituzione. Oggi, comunque, il mio interesse si appunterebbe su questioni del tutto differenti.

Quando scrivevi su questo argomento, nel 1970, affermavi che le cose sarebbero cambiate e che, quando ciò si fosse verificato, il processo sarebbe stato rapido.

Mi sbagliavo. Almeno per il periodo contemplato, mi sbagliavo. Non pensavo che così tante persone fossero disposte a tollerare un'assurdità simile. Ora che dopo venticinque anni sono tornato negli Stati Uniti e ho di nuovo a che fare con la popolazione studentesca, talvolta la sera sono così triste che faccio fatica ad addormentarmi. Il sistema universitario è diventato come la televisione. C'è un po' di questo e un po' di quello e qualche programma obbligatorio messo insieme in un modo che soltanto chi l'ha progettato può comprenderlo. Il sistema crea studenti perfettamente abituati al fatto che ciò che imparano dev'essere loro insegnato, e che nulla di ciò che viene loro insegnato dev'essere realmente preso sul serio. Non credevo che la gente potesse rimanere moralmente tanto indifferente riguardo a un'ulteriore crescita del sistema scolastico.

La prima persona che mi disse che mi sbagliavo e che ne avrei avuta la dimostrazione fu Wolfgang Sachs[5]. Era un mio studente. In Germania m'incontrai con lui e con un piccolo gruppo di altri studenti, tutti poco più che ventenni, che criticavano gli articoli raccolti in Descolarizzare la società. Sostenevano che fissando la mia attenzione sugli indesiderati effetti collaterali della scolarizzazione obbligatoria, mi era sfuggito il fatto che la funzione educativa stava già emigrando dalle scuole e che, in modo crescente, altre forme di apprendimento obbligatorio sarebbero state istituite nella società moderna.

L 'obbligo non sarebbe più definito per legge, ma verrebbe imposto grazie a trucchi d'altro genere come quello di far credere alle persone che possono imparare qualcosa dalla televisione o di costringerle a frequentare corsi di formazione sul lavoro, o di spingerle a pagare cifre anche considerevoli di denaro allo scopo di apprendere come migliorare il proprio rapporto con gli altri, come essere maggiormente sensibili, come saperne di più sulle vitamine di cui abbiamo bisogno, come diventare astuti e così via.

Mi fecero capire che la mia critica alla scolarizzazione poteva avere aiutato persone come te a riflettere, ma che stavo andando fuori strada e che avrei piuttosto dovuto chiedere a me stesso: come spiegare il fatto che le società si siano assuefatte - come fosse una droga - all'educazione? Perciò, nel corso degli anni Settanta, la maggior parte del mio pensiero e della mia riflessione si concentrarono sulla questione seguente: come distinguere l'"acquisizione" di un'istruzione dal fatto che la gente ha sempre saputo diverse cose, ha sempre avuto numerose competenze e, quindi, ha sempre imparato qualcosa? Così sono arrivato a definire l'istruzione come "apprendimento basato sul presupposto della scarsità", l'apprendimento basato sul presupposto che gli strumenti per l'acquisizione di qualcosa chiamata conoscenza siano limitati.

A quel punto, però, le mie riflessioni non venivano più considerate sovversive e nessuno, in campo universitario, si è più preso la briga di discuterle. Ho allora cercato di portare la questione all'interno delle associazioni impegnate nella ricerca in campo educativo, ma senza successo. Per esempio, una volta ho avuto l'onore di tenere una conferenza in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione dell'International Association for Educational Research. C'erano migliaia di persone e li ho implorati dicendo: "Sentite! Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è uno studio sull'origine dell'idea di educazione, di apprendimento basato sul presupposto della scarsità". Dopo anni ho potuto vedere solamente qualche abbozzo di risposta qua e là.

Questa è stata la seconda fase in tema di scolarizzazione: la consapevolezza - attraverso Sachs e il suo gruppo - che la questione primaria non era la scolarizzazione ma l'essere prigionieri dell'idea stessa di educazione, il che ha comportato l'analisi degli effetti collaterali indesiderati di tutte le forme di educazione adulta. Sono poi giunto alla terza fase, ovvero al riconoscimento che l'educazione doveva essere intesa come apprendimento basato sul presupposto della scarsità. Da lì mi sono progressivamente spostato verso il mio attuale progetto, che a partire dalla metà degli anni Settanta è diventato quello di scrivere una storia della percezione della scarsità.

Sono partito dalla seguente domanda: quali sono le condizioni che consentono l'emergere dell'idea stessa di educazione? Non puoi avere un'idea moderna di educazione se non credi che in essa risieda la conoscenza; conoscenza che può essere confezionata, definita, espressione di un valore che può essere fatto proprio. Così ho cominciato a occuparmi del contesto mentale, dello spazio in cui i concetti con i quali costruiamo la nozione di educazione possono prendere forma.

In Limits to Medicine sottolinei che se la tua critica della medicina viene presa come un attacco ai medici, il risultato potrà essere analogo a quello che si era già verificato in materia di descolarizzazione. Intendevi dire che poiché il tuo era stato scambiato per un attacco alla scuola, in realtà era servito a quest'ultima per consolidare ulteriormente se stessa come una sorta di aula universale?

Esatto.

Ed è questo che ritieni di non avere individuato all'epoca in cui hai pubblicato Descolarizzare la società?

Quando ho scritto l'articolo intitolato The Futility or Schooling in Latin America, pubblicato su "The Saturday Review", non me ne rendevo conto. Tre anni dopo, sei miei articoli sono stati pubblicati insieme con il titolo Descolarizzare la società. Il dattiloscritto era rimasto per nove mesi alla Harper, perché un buon libro richiede un periodo di gestazione di nove mesi. Durante l'ultimo mese, quello precedente l'uscita, ho improvvisamente compreso gli indesiderati effetti collaterali che la pubblicazione del mio libro poteva favorire. Così sono andato dal direttore della "Saturday Review", Norman Cousins, amico del mio amico Erich Fromm[6], e gli ho detto: "Norman, non saresti così gentile da consentirmi di pubblicare un articolo il mese prossimo?". "Certo" mi ha risposto, "ma solo se lo scrivi in modo tale che ci consenta di utilizzarlo come articolo di fondo".

Così ho scritto un articolo nel quale in sostanza spiegavo che non ci sarebbe stato niente di peggio che credere che considerassi le scuole il solo strumento per creare, stabilire e consolidare negli animi il mito dell'istruzione. Ci sono numerosi altri modi con i quali possiamo trasformare il mondo in un'aula universale. E Cousins è stato così gentile da consentirmi di pubblicare quella che considero la critica più importante al mio libro.

Sono state molte le critiche ricevute da Descolarizzare la società. Mi ricordo quella di Herb Gintis, apparsa sulla "Harvard Educational Review", che credo esemplifichi una critica marxista al tuo lavoro[7]. Più tardi Vicente Navarro ha assunto una posizione molto simile nei confronti di Limits to Medicine[8]. Gintis sosteneva che hai considerato la scolarizzazione in termini di assuefazione, o di iniziazione al mito del consumo infinito, ma hai trascurato il suo ruolo centrale nel sistema produttivo, hai trascurato il fatto che è uno specchio del sistema produttivo. Secondo lui, tu hai reso le persone responsabili della propria descolarizzazione quando in realtà si stanno comportando razionalmente e in modo appropriato all'interno del sistema nel suo insieme, e di conseguenza finisci per trasmettere loro un messaggio di disperazione. Dato che la scuola è intrinseca al sistema, afferma, se non riescono a trasformare il sistema non possono nemmeno descolarizzarlo.

Non ho mai risposto a Gintis, ma ho risposto a Navarro quando mi ha fatto la stessa obiezione a proposito della sanità, aggiungendo una nota in calce alla seconda edizione di MedicaI Nemesis (Nemesi medica). Lì dicevo: "Navarro mi accusa di avere presentato proposte in campo sanitario che negano al povero il diritto al danno iatrogeno. Lui invece vuole distribuire in parti uguali il danno iatrogeno". A Gintis avrei detto: "Voi siete preoccupati perché la parte più povera degli americani" - all'epoca i neri e i portoricani dei ghetti - "non ha una scolarizzazione sufficiente per capire cos'è meglio per lei e così rimane indipendente. La gente più povera viene emarginata dalla scuola prima che possa cadere nelle vostre mani e sentirsi dire che voi sapete cos'è meglio per lei".

Ma di critiche ne ho ricevute a centinaia. John Ohliger ha raccolto tre volumi di citazioni tratte da queste critiche e dalle discussioni sollevate[9]. E in mezzo a tutto ciò non è stata rivolta alcuna attenzione agli unici due capitoli che desideravo venissero discussi: The Ritualization or Progress e The Rebirth of Epimethean Man.

Nel tuo libro Gender and Sex (Il genere e il sesso) affermi che non avresti potuto scrivere quel libro, né Descolarizzare la società, senza il lavoro di Philippe Ariès[10].

Ariès è l'unica persona che cito in Descolarizzare la società. È attraverso Ariès che sono stato introdotto alla storicità della percezione del bambino. Probabilmente sono rimasto affascinato da Ariès perché ho sempre provato fastidio quando i figli dei miei amici assumevano un atteggiamento riassumibile nella frase: Sono un bambino e devi prestarmi attenzione. È da quando ho compiuto quindici anni che rifiuto di interessarmi o di avere qualunque tipo di relazione con persone simili. Alcuni dei miei amici, dei miei migliori amici, amici di famiglia, mi hanno considerato per tutta la vita un bruto. Tuttavia diverse volte è accaduta una cosa interessante: quando questi ragazzi avevano difficoltà con i loro genitori, si presentavano improvvisamente alla porta di casa mia (questo accadeva quando avevano quattordici-quindici anni). In due casi vennero a cercare rifugio addirittura in un altro continente.

A mio avviso, una delle cose più dannose che fa la società moderna è produrre figli in questo senso specificamente moderno. Quand'ero giovane, decisi che io non l'avrei fatto e fu quella la ragione per cui a dodici anni presi la decisione di non sposarmi.

In seguito, ho del tutto respinto l'idea dell'infanzia e in particolare del bambino bisognoso del XIX secolo. Ariès mi ha fatto capire che il bambino come l'intendiamo noi è una invenzione moderna. E poi Ariès, con i suoi articoli sulla morte, mi ha aiutato moltissimo nella scrittura di Nemesi medica.

Una volta, quando non avevo ancora pubblicato Nemesi medica, mi trovavo a Parigi per un giorno e mezzo e lì m'incontrai con Valentina Borremans[11]. Le domandai: "Chi desideri vedere?". E lei mi rispose: "Be', se abbiamo a disposizione soltanto un pranzo e una cena, Sartre e Ariès". "Chi per primo?". "Ariès". Così presi il telefono e chiamai: "Monsieur Ariès?.. Ivan Illich". Silenzio assoluto. Poi un freddo: "Sì?". Allora dissi: "Sarei molto lieto di incontrarla e si tratta di un'occasione speciale. C'è con me una signora che credo lei avrà piacere di conoscere e che desidera fare la sua conoscenza". "D'accordo, vediamoci". Così c'incontrammo in un piccolo ristorante. Fui fortunato e scelsi il ristorante giusto, quello in cui sapevo che si poteva prendere una bottiglia di Cahors da un litro. Ordinammo tre di queste bottiglie.

Quando arrivammo alla fine del pranzo, dopo tre litri di Cahors, gli chiesi: "Quando vedremo finalmente pubblicati in un libro questi articoli?". Mi rispose: "Be', fra diciassette anni, credo". Lo incalzai: "Arlès, quanti anni ha?". Mi disse la sua età. E io ribattei: "Lei non crede alla morte!". Così quello stesso giorno uscimmo dal piccolo Zinc e ci dirigemmo verso gli uffici della casa editrice Seuil, dove lui prese accordi per la pubblicazione del suo grande libro sulla morte. In seguito, nel 1982, mi succedette alla presidenza dell'Istituto di Studi Superiori di Berlino. Nel 1983 sua moglie morì di tumore e io andai a stare da lui per un po' di giorni, per evitare che rimanesse solo nel loro appartamento.

Dicevi che a dodici anni eri giunto alla conclusione di non avere figli.

Ricordo con precisione. Camminavo attraverso i vigneti che circondano Vienna. Sapevo che entro pochi giorni Hitler avrebbe occupato l'Austria e riflettevo tra me e me che, essendo quella la situazione, sarebbero accadute cose che mi avrebbero reso impossibile dare dei figli alle torri, laggiù, dell'isola dalmata dove i miei nonni e i miei bisnonni avevano messo al mondo i propri figli.

Allora non intendevi dire semplicemente che la moderna istituzione dell'infanzia - che produce questi figli lagnosi - è così sgradevole che hai preferito non averci nulla a che fare... ?

No, intendevo anche che, dalla mia parte non ebrea, ero stato abituato all'idea che un figlio è un dono fatto alla famiglia e mi accorgevo che questo per me non sarebbe stato possibile.

Si trattava allora di una riflessione che riguardava il destino dell'Europa, e del mondo, e non soltanto l'istituzione dell'infanzia?

Sì, ma è grazie ad Ariès che ho imparato a vedere la ragione per cui è straordinario, sorprendente, che ci si chiami ancora umani e ci si consideri ancora discendenti della storia. Fino all'anno scorso non ci avevo mai pensato. Ma ad un certo punto mi è capitato di dover spiegare a qualcuno il significato di una curva esponenziale, per cui l'area sottesa all'ultimo periodo di raddoppio è pari a quella di tutti i precedenti periodi di raddoppio. In seguito, me ne stavo seduto nel bel mezzo di un mercato messicano il Giorno dei Morti. Si tratta di una festa durante la quale vengono costruite piramidi di teschi di zucchero che poi si usa dare ai propri superiori con su inciso il loro nome. In quella ricorrenza, al proprio capo si può dire quello che si vuole, lo si può rimbrottare, e lui non può arrabbiarsi con nessuno. Ad ogni modo, c'erano quei teschi e tantissimi fiori colorati e la gente che si accalcava, e con la mia fantasia ho cominciato a vedere che anche i morti passeggiavano per il mercato. E allora mi sono domandato: come mai ce ne sono così pochi? Avrebbero dovuto essere molti di più. E cominciai a riflettere che nel periodo nel quale ero vissuto - a partire dal 1926 - erano nate e morte più persone che in tutta la storia precedente considerata nel suo insieme. E improvvisamente ho provato l'acuta sensazione, non statistica ma empirica, di quanto sia unico il periodo nel quale vivo e parlo.

Fonte: David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich (Ivan Illich in Conversation); Elèuthera, 2003.



[1] Ann Freemantle è una scrittrice americana amica di vecchia data di Illich.

[2] Max Gluckman, Essays on the Ritual or Social Relations, Manchester University Press, 1962 (trad. it.: Potere, diritto e rituale nelle società tribali, Bollati Boringhieri, 1977).

[3] La distinzione tra valori e beni viene approfondita in modo più esteso nel capitolo V.

[4] Si tratta di Jan Amos Komensky, 1592-1670, vescovo moravo e innovativo riformatore nel campo dell'educazione.

[5] Wolfgang Sachs, amico e collaboratore stretto di Illich, ora insegna all'Istituto per gli studi culturali di Essen. Vedi The Development Dictionary, cit.; For Love of the Automobile: Looking Back into the History of Our Desires, University of California Press, Berkeley, 1992; The Archeology of the Development Idea, "Interculture", 23, n. 4, autunno 1990.

[6] Erich Fromm, scomparso nel 1980, fu grande amico di Illich e suo vicino a Cuernavaca. Vedi Escape from Freedom, Farrar and Rhinehart, NewYork, 1941 (trad. it.: Fuga dalla libertà, Mondadori, 1987); Man for Himself, Rhinehart, New York, 1947 (trad. it.: Dalla parte dell'uomo, Astrolabio); The Art of Loving, Harper and Row, NewYork, 1956 (trad. it.: L'arte di amare, Mondadori, 1991). Ha anche scritto l'introduzione al libro di Illich, Celebration of Awareness, Doubleday, New York, 1969 (trad. it.: Rovesciare le istituzioni, Armando, 1973).

[7] Herbert Gintis, Towards a Political Economy of Education: A Radical Critique of Ivan Illich's Deschooling Society, "Harvard Educational Review", 42, n. 1, febbraio 1972.

[8] Vicente Navarro, Medicine Under Capitalism, PRODIST, NewYork, 1976, pp. 103-131 (trad. it.: La Medicina nel capitalismo, Feltrinelli, 1980).

[9] John Ohliger e Colleen McCarthy, Lifelong Learning or Lifelong Schooling? A Tentative View of the ldeas of Ivan Illich with a Quotational Bibliography, Syracuse University Publications in Continuing Education, Syracuse, N.Y., 1971. John Ohliger, Bibliography of Comments on the Illich-Reimer Deschooling Theses (ERIC ED 090 145).

[10] Philippe Ariès, Centuries of Childhood: A Social History of Family Life, Knopf, New York, 1962 (trad. it.: Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Laterza, 1991); The Hour of Our Death, Random House, New York, 1981 (trad. it.: L'uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Laterza, 1985).

[11] Valentina Borremans era la direttrice del Centro Interculturale di Documentazione (CIDOC).

Link: http://www.altraofficina.it/ivanillich/Articoli/mito%20istruzione.htm

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martedì 25 dicembre 2007

DAVID ICKE SULLA SCUOLA DELL'OBBLIGO


Il giorno in cui stavo scrivendo questo, lessi i risultati di uno studio sulla salute mentale ed emozionale dei teenagers in Gran Bretagna, sebbene la stessa cosa possa applicarsi a tutto il mondo industrializzato e computerizzato, e non solo. Lo studio: Dinamiche del tempo nella salute mentale degli adolescenti, pubblicato nel Journal of Child Psychology and Psychiatry, rivelava che il numero dei quindicenni sofferenti di ansia e depressione era aumentato del 70%, in meno di vent'anni. Hey, stiamo parlando di quindicenni! Lo studio concludeva che una delle cause chiave di questo drammatico incremento del trauma emozionale negli adolescenti, era la spinta incalzante ad "avere successo". Per essere più precisi, si sarebbe dovuto aggiungere avere successo secondo le condizioni del sistema. Lo studio affermava "la costrizione ad avere successo negli studi e la prospettiva dell'indebitamento stanno contribuendo a diffondere l'infelicità".

In Gran Bretagna, grazie al governo Blair, quando escono dall'università, gli studenti affrontano una montagna di debiti a causa dei prestiti che hanno dovuto chiedere per pagare la propria istruzione (o quanto passa per tale). Debito significa controllo da parte del sistema, ed è questa la vera ragione dei prestiti agli studenti. Lo studio metteva inoltre in evidenza lo squilibrio tra il tempo trascorso a scuola e quello dedicato allo svago, una cosa cui ho dato rilievo per anni. Tengono i ragazzi a scuola per ore e ore di seguito, per cinque giorni a settimana e, una volta aperti i cancelli della prigione, li mandano via con i compiti da svolgere a casa! Quando bambini e ragazzi trovano il tempo di fare ciò che loro stessi vogliono fare? Risposta: nel mezzo del diluvio di accademiche stronzate messe a punto al fine di produrre quel foraggio per cervelli che consenta al sistema di seguitare a rotolare come una specie di irrefrenabile palla di neve, nella cui scia, giorno dopo giorno, si ammassano sempre di più le nostre libertà e la nostra unicità. Un altro studio: Indagine sul malessere in aumento, riportato dalla UK Press Association nell'ottobre del 2004, confermava questa tendenza, con tre quarti dei genitori intervistati che affermavano che i loro figli erano sotto pressione assai più di quanto loro stessi fossero alla medesima età. Un'analoga percentuale dichiarò che lo stesso tipo di pressione e di stress a scuola (come vessazioni ed esami) aveva avuto l'impatto più rilevante sulla salute emozionale e sul benessere dei propri figli. E gli esami a che servono, di grazia? A rivelare fino a che punto il sistema controlla la mente e la percezione dei ragazzi. Secondo l'indagine, sette genitori su dieci dissero che il governo avrebbe dovuto investire di più nell'ambito dei servizi per la salute mentale di bambini e ragazzi. Oh mio Dio, fatemi il piacere! Lasciamo perdere come "trattare" il problema, che ne dite di rimuovere le cause? Che ne dite di cambiare il modo in cui si sentono i vostri figli dicendo loro di rilassarsi e di divertirsi, dato che l'istruzione e il passare gli esami imposti dal sistema sono soltanto un mucchio di fesserie?

L' "istruzione" esiste allo scopo di programmare, indottrinare e inculcare un convincimento collettivo in una realtà che ben si addica alla struttura del potere. Si tratta di subordinazione, di limitazione, di mentalità del "non posso", "non puoi", poiché è questo ciò che il sistema vuole che ciascuno esprima nel corso del proprio viaggio verso la tomba o il crematorio. Ciò che noi chiamiamo Istruzione non apre la mente, la soffoca. Così come si espresse Albert Einstein: "L'unica cosa che interferisce con il mio apprendimento è la mia istruzione". Egli disse anche che l'istruzione è "quel che rimane dopo che si è dimenticato tutto quanto si è imparato a scuola". Perché i genitori sono orgogliosi nel vedere che i loro figli conseguono degli attestati di "profitto" per aver detto al sistema esattamente quanto esso richiede di sentirsi dire? Non sto dicendo che le persone non debbano perseguire la conoscenza ma, se qui stiamo parlando di libertà, dovremmo poterlo fare alle nostre condizioni, non a quelle del sistema. C'è anche da riflettere sul fatto che i politici, i funzionari del governo, e ancora, giornalisti, scienziati, dottori, avvocati, giudici, capitani d'industria e altri che amministrano o servono il sistema, invariabilmente sono quelli che sono passati attraverso la stessa macchina-creatrice-di-menti (per l'indottrinamento), l'università. Triste a dirsi, molto spesso si crede che l'intelligenza e il passare degli esami siano la stessa cosa.

[...] un diploma consiste nel dire al sistema ciò che il sistema ti ha detto di dire. Cosa c'è di intelligente in questo? La maggior parte della gente si illude di essere libera senza mai sperimentare per davvero questa teoria. Le persone sono paragonabili a mosche prese in una ragnatela e, a patto che non tentino di muoversi, riescono a convincersi che se volessero, potrebbero farlo. Vedete, è solo che, semplicemente, in quel momento non vogliono farlo. Se tentassero, dovrebbero affrontare la realtà, e cioè che il loro culo è tenacemente incollato al sistema di controllo di qualcun altro, il quale sta per vedersi servito il pasto – loro. Le persone seguitano a fare quello che la dittatura dei governi dice loro di fare, senza dubbi o contestazioni, perpetuando l'illusione di essere libere di scegliere, pur non avendolo mai fatto. «Avere le ali appiccicate a questa ragnatela mi sta bene, perché sto scegliendo di non volare». Nel corso degli anni ho incontrato così tanta gente che credeva di essere libera finché non ha fatto qualcosa al di fuori della "norma". A quel punto, nella realtà di queste persone si è verificata una grossa battuta d'arresto poiché, per citare il bravissimo attore comico Bill Hicks: «Siete liberi di fare quello che vi diciamo». Mentre lo stato globale orwelliano emerge rapidamente dall'oscurità, l'auto-inganno riguardo a un "mondo libero" sta diventando sempre più difficile da sostenere. Ma invece di guardare bene in faccia la propria condizione, i più non cercano di far altro che volgere ostinatamente lo sguardo nella direzione opposta. La maggior parte della gente fa in fretta a lamentarsi di quanto succede nella propria vita e più ampiamente nel mondo, tuttavia, quando si tratta di fare qualcosa al proposito, pare come impietrita. Assai meglio, sembra, evitare le personali responsabilità incolpando qualcun altro. Il mondo è quello che è perché abbiamo permesso a pochi di renderlo tale, e semplicemente puntare il dito contro quei pochi non è sufficiente.

Siamo tutti coinvolti. Voltaire colse magistralmente questo punto quando disse: «Non uno dei fiocchi di neve che formano una valanga si è mai sentito responsabile».

Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=2630

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lunedì 24 dicembre 2007

ABOLIAMO LA TV E LA SCUOLA DELL'OBBLIGO


Corriere della Sera, 18 ottobre 1975

di Pier Paolo Pasolini

I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa.
Infatti i criminali non sono solo i neofascisti. Ultimamente un episodio (il massacro di una ragazza al Circeo) ha improvvisamente alleggerito tutte le coscienze e fatto tirare un grande respiro di sollievo: perché i colpevoli del massacro erano appunto dei pariolini fascisti. Dunque c'era da rallegrarsi per due ragioni: 1) per la conferma del fatto che sono solo e sempre fascisti la colpa di tutto; 2) per la conferma del fatto che la colpa è solo e sempre dei borghesi privilegiati e corrotti.

La gioia di sentirsi confermati in questo antico sentimento populista - e nella solidità dell'annessa configurazione morale - non è esplosa solo nei giornali comunisti, ma in tutta la stampa (che dopo il 15 giugno ha una gran paura di essere a meno appunto dei comunisti). In realtà la stampa borghese è stata letteralmente felice di poter colpevolizzare i delinquenti dei Parioli, perché, colpevolizzandoli tanto drammaticamente, li privilegiava (solo i drammi borghesi hanno vero valore e interesse) e nel tempo stesso poteva crogiolarsi nella vecchia idea che dei delitti proletari e sottoproletari è inutile occuparsi più che tanto, dato che è aprioristicamente assodato che proletari e sottoproletari sono delinquenti.
Io penso dunque che anche il massacro del Circeo abbia scatenato in Italia la solita offensiva ondata di stupidità giornalistica. Infatti, ripeto, i criminali non sono affatto solo i neofascisti, ma sono anche allo stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari, che magari hanno votato comunista il 15 giugno. Si pensi al delitto dei fratelli Carlino di Torpignattara, o all'aggressione di Cinecittà (un ragazzo percosso brutalmente e chiuso dentro il baule della macchina e la ragazza violentata e seviziata da sette giovani della periferia romana). Questi delinquenti "popolari" - e per ora mi riferisco, con precisione documentata, ai soli fratelli Carlino - godevano della stessa identica libertà condizionale che i delinquenti dei Parioli; godevano cioè della stessa impunità. E' assurdo dunque accusare i giudici che hanno mandato in giro "a piede libero" i neofascisti se non si accusano nello stesso tempo e con la stessa fermezza i giudici che hanno mandato in giro "a piede libero" i fratelli Carlino (e altre migliaia di giovani delinquenti delle borgate romane).

La realtà è la seguente: i casi estremi di criminalità derivano da un ambiente criminaloide di massa. Occorrono migliaia di casi come quelli della festicciola sadica del Circeo o di aggressività brutale per ragioni di traffico, perché si realizzino casi come quelli dei sadici pariolini o dei sadici di Torpingnattara. Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l'universo popolare romano è universo "odioso". Lo dico con scandalo dei benpensanti; e soprattutto con scandalo dei benpensanti che non credono di esserlo. E ne ho anche indicato le ragioni (perdita da parte di giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento eccetera). E a proposito, poi, di un universo criminaloide come quello popolare romano bisognerà dire che non valgono le consuete attenuanti populistiche: è necessario munirsi della stessa rigidità puritana e punitiva che siamo soliti sfoggiare contro le manifestazioni criminaloide dell'infima borghesia neofascista. Infatti i giovani proletari e sottoproletari romani appartengono ormai totalmente all'universo piccolo borghese: il modello piccolo borghese è stato loro definitivamente imposto, una volta per sempre. E i loro modelli concreti sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e ripugnanti nullità. Non per niente i seviziatori sottoproletari della ragazza di Cinecittà, usando di lei come di una "cosa", le dicevano: "Bada che ti facciamo quello che hanno fatto a Rosaria Lopez". La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all'offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - m'insegna che non c'è più alcuna differenza vera nell'atteggiamento verso il reale e nel conseguente comportamento tra i borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate. La stessa enigmatica faccia sorridente e livida indica la loro imponderabilità morale (il loro essere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi: la totale mancanza di ogni opinione sulla propria "funzione").

Un'altra cosa che l'esperienza diretta m'insegna è che questo è un fenomeno totalmente italiano. Fa parte del conformismo, peraltro antiquato, dell'informazione italiana il consolarsi col fatto che anche negli altri Paesi esiste il problema della criminalità: esso esiste, è vero: ma si pone in un mondo dove le istituzioni borghesi restano solide ed efficienti, e continuano a offrire dunque una contropartita.

Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall'ansia economica di esserlo? Che cos'è che ha trasformato le "masse" dei giovani in "masse" di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una "seconda" rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la "prima": il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà.

Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna efficienza poliziesca contro la delinquenza. Cioè che io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a che fare con la realtà. Bisogna oggi essere progressisti in un altro mondo; inventare una nuova maniera di essere liberi, soprattutto nel giudicare, appunto, che ha scelto la fine della pietà. Bisogna ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s'intende, una falsa tolleranza, ed è stata una delle cause più rilevanti nella degenerazione della masse dei giovani. Bisogna insomma comportarsi, nel giudicare, di conseguenza e non a priori (l'a priori progressista valido fino a una decina d'anni fa).

Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere.

1) Abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo.
2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.

La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell'autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po' di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un'altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d'obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all'ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l'optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d'obbligo è esattamente come io l'ho descritta (e mi angoscia letteralmente l'idea che vi venga aggiunta una "educazione sessuale", magari così come la intende lo stesso "Paese Sera"), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E' questo il nodo della questione).

Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola d'obbligo va moltiplicato all'infinito, dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un "esempio": i "modelli" cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? E' stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore).
Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere l'immediata cessazione delle lezioni alla scuola d'obbligo e delle trasmissioni televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita. Posteriore a quello di una volta, e anteriore rispetto a quello presente. Altrimenti tutto ciò che si dice sul decentramento è scioccamente aprioristico o in pura malafede. Quanto ai collegamenti informativi del Quarticciolo - come di qualsiasi altro "luogo culturale" - col resto del mondo, sarebbero sufficienti a garantirgli i giornali murali e "l'Unità": e soprattutto il lavoro, che, in un simile contesto, assumerebbe naturalmente un altro senso, tenendo a unificare una buona volta, e per autodecisione, il tenore di vita con la vita.

Link: http://www.corriere.it/speciali/pasolini/scuola.html

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domenica 23 dicembre 2007

ABBASSO LA SCUOLA

DI STEFANO DI LUDOVICO
Movimento Zero - Il Giornale del Ribelle

Conclusosi da poco – con gli esami di Stato – l’anno scolastico, politici, educatori, pedagogisti e addetti ai lavori vari si riempiono la bocca dei soliti propositi e proclami: dobbiamo migliorare l’istruzione, elevare l’obbligo scolastico, combattere l’evasione e la dispersione, l’Italia in quanto a istruzione è il fanalino di coda tra i paesi sviluppati… E se fosse vero il contrario? E se l’eccessiva istruzione, l’obbligo scolastico spostato sempre più in là, la tanto sbandierata “educazione permanente” fossero invece un danno per la crescita e la maturazione dei giovani?

A nessuno viene il dubbio che la cosiddetta scuola dell’obbligo altro non sia che un semplice sottoapparato della mostruosa megamacchina tecno-economico-industriale che ci sta strangolando tutti; sottoapparato teso soltanto, in ultima analisi, a sfornare perfetti rimbambiti privi di qualsiasi sapere o coscienza critica, pronti per essere inseriti nei gangli del mostro al fine di garantirne la riproduzione? A sfornare dei perfetti consumatori pronti a servire docilmente la megamacchina? Del resto, un sistema di istruzione basato su programmi obbligatori uguali per tutti e calati dall’alto sulle teste dei poveri studenti, cos’altro potrebbe sfornare? La scuola dell’obbligo, a guardar bene, altro non rappresenta che uno dei tanti fasi miti della modernità, come ben aveva visto, tra gli altri, Ivan Illich nella sua celebre Descolarizzare la società. Uno dei tanti miti di cui il sistema si nutre per portare avanti il disegno di una società sempre più totalitaria ed omogenea, dove alcuno spazio più può essere lasciato alla creatività ed alla libertà del singolo. Perché non propugnare allora il ritorno a forme individuali e privatiste di educazione? Perché non valorizzare l’antica e nobile figura del "precettore" al soldo della famiglia dell'educando, quando ognuno era libero di scegliersi l’insegnante ed il tipo di insegnamento desiderato? Lo Stato, invece di spendere le cifre esorbitanti che spende per tener su quel mega e caotico apparato che è l’attuale sistema dell’istruzione pubblica, potrebbe devolvere a ciascuna famiglia una quota di denaro atta a far sì che ognuno possa scegliersi liberamente gli insegnanti che vuole, a seconda degli interessi che ha e che vuole coltivare. Questo sì che sarebbe un programma educativo innovatore, libertario ed antitotalitario! Quella stessa quota potrebbe essere poi utilizzata anche per l’acquisto di libri, per l’accesso a biblioteche, a centri culturali e di apprendimento, sempre a scelta del diretto interessato. Al limite, uno potrebbe anche decidere di restare ignorante: l'ignoranza non è forse un diritto? Dove sta scritto, infatti, che uno deve per forza "istruirsi"? E’ evidente che solo una società totalitaria ed oppressiva come la nostra poteva creare il sistema dell’istruzione obbligatoria. Come diceva Illich, allora, descolarizziamo la società! Ne va della nostra libertà, della nostra creatività, del nostro diritto di crescere ed istruirci come meglio ci piace e ci aggrada. Aboliamo la scuola dell’obbligo.

Stefano Di Ludovico

Link: http://www.movimentozero.org/mz/index.php?option=com_content&task=view&id=63&Itemid=7

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sabato 22 dicembre 2007

PICCOLO GLOSSARIO DELLA NEOLINGUA #5

DI PAXTIBI
La Voce del Gongoro

Il nostro sistema di istruzione pubblica distrugge sia la mente che il carattere. Impedisce la formazione della risorsa più preziosa di tutti: una personalità.
(John Taylor Gatto, The Problem of Schooling)

L'Istruzione è il primo termine per importanza di questo glossario, in quanto è dalla scuola che parte il programma di modificazione del linguaggio. In tutti i regimi, lo sforzo più importante è sempre quello per la conquista dei cuori dei bambini, il legame di dipendenza dallo stato deve sostituirsi a tutti gli altri. La scuola pubblica esiste per questo.

Istruzione
Significato originario:
1a
attività volta a comunicare nozioni e a fornire capacità lavorative e professionali attraverso l’insegnamento: provvedere all’i. di un fanciullo, attuare l’i. degli apprendisti
1b
ammaestramento di un animale: i. dei cani guida per ciechi
1c
milit., insieme delle esercitazioni teoriche e pratiche cui si sottopone la truppa: i. delle reclute
1d
lett., predicazione, catechesi

Quello dell'istruzione è forse il caso in cui maggiormente si può osservare come, a partire da un'esigenza reale e legittima – migliorare le proprie conoscenze – la distorsione operata dai pianificatori provochi una catena di eventi distruttivi che finiscono per minare le fondamenta della società. Infatti, se da un lato, con l'istituzione dell'istruzione pubblica obbligatoria si offre l'illusione di una futura occupazione proporzionata alle conoscenze, dall'altro le immutabili leggi dell'economia impediscono la realizzazione del miracolo: non basta un pezzo di carta a creare un posto di lavoro (come non può essere sufficiente per pagarlo, detto per inciso).

Anche qui l'intervento dall'alto del απó μηχανῆς θεóς statale si scontra, con risultati devastanti, con la legge della domanda e dell'offerta del mercato del lavoro. Moltitudini di fisici nucleari, antropologi e ingegneri finiscono per riempire i call-center, mentre occupazioni più soddisfacenti e redditizie vengono svolte da persone teoricamente “meno istruite”: i famosi lavori che noi non vogliamo fare, che ormai comprendono anche l'imprenditore.

Il fatto è che l'istruzione pubblica è molto meglio descritta dai 3 punti secondari del vocabolario che dal primo. Non è più, l'istruzione, un'attività volta a comunicare nozioni e a fornire capacità lavorative e professionali, quanto piuttosto un corso d'ammaestramento, un inquadramento di tipo militare (votato all'obbedienza), un catechismo. Scrive Allan Carlson:
L'ascesa del welfare state può essere tradotto con il trasferimento costante della funzione di “dipendenza” dalla famiglia allo stato; dai legami di sangue, matrimonio o adozione al legame con gli impiegati pubblici. Il processo è cominciato in Svezia a metà del 19° secolo, per mezzo di progetti burocratici che cominciarono a smantellare i legami fra i genitori ed i loro figli. Nel modello classico, la prima asserzione del controllo dello stato sui bambini è arrivato negli anni 40 di quel secolo, con l'approvazione di una legge per la scolarità obbligatoria. Giustificata come misura per migliorare la conoscenza ed il benessere del popolo, la dinamica più profonda era la socializzazione del tempo dei bambini, attraverso l'assunto secondo cui i funzionari di stato – i burocrati del regno svedese – saprebbero meglio dei genitori come dovrebbe essere speso il loro tempo e che non ci si può fidare e aspettarsi dai genitori che siano in grado di proteggere i loro bambini dallo sfruttamento…”
In altre parole, la scuola pubblica è innanzitutto un luogo in cui tenere i giovani, possibilmente fino a ben oltre i vent'anni, inculcandogli da un lato l'obbedienza allo stato e l'accettazione dogmatica delle sue regole, dall'altro fornendogli conoscenze che nella maggior parte dei casi non avranno mai occasione di utilizzare aumentando il loro benessere, fondamentalmente creando un ambiente artificiale separato da quello dei genitori, che è poi il mondo reale e, ovviamente, anche la loro destinazione. Dove incontreranno situazioni che non sono minimamente preparati ad affrontare, se non aspettandosi interventi dall'alto, come sono stati addestrati a fare. Non dovrebbe sorprendere quindi se tra i maggiori promotori della scuola pubblica negli USA troviamo personaggi come Andrew Carnegie and John D. Rockefeller. Notava J.T. Gatto: “dividi i bambini per soggetto, età, con graduatorie costanti sui test ed in molti altri modi più subdoli e sarebbe stato improbabile che la massa ignorante dell'umanità, separata nell'infanzia, si sarebbe mai reintegrata in una pericolosa unità.”

Come era lecito aspettarsi, la particolare interpretazione statale dell'istruzione ha finito per occupare l'intero significato della parola, che si identifica ormai con il pezzo di carta approvato dallo stato, in un certo senso proprio come accade per il denaro: lo stato decide chi è istruito e chi no come decide il valore delle cose, e tali decisioni non possono essere messe in discussione. Poco importa se in questo modo nega la stessa essenza dell'istruzione, i fondamenti dell'apprendimento: la capacità di giudizio, il senso critico sono comunque stati sterilizzati in partenza dal sistema scolastico, rivelando così la sua vera natura.

Nonostante tutti gli sforzi dello stato per identificare il suo catechismo come unica possibile fonte di apprendimento, molti sono gli esempi di istruzione al di fuori del sistema scolastico, anche ai nostri giorni. Ancora J.T. Gatto:
Gli uomini di scuola vi diranno che che non possiamo entrare nel futuro tecnologico senza l'istruzione obbligatoria di massa ma l'enorme rivoluzione del computer che ha reso 45 milioni di noi competenti in materia d'informatica in questi ultimi 20 anni non deve niente di niente all'istruzione convenzionale! La gente si è istruita leggendo le istruzioni, guardando altri, chiedendo consigli, sperimentando, provando e sbagliando, collegandosi in reti, acquistando lezioni da migliaia di piccoli imprenditori. Così abbiamo imparato ad essere competenti in informatica - la scuola con questo non ha avuto niente a che fare!
Forse anche perché la scuola era impegnata su altri fronti, come l'indottrinamento politico: il parlamento europeo, infatti, “ritiene che tutti i sistemi di istruzione debbano garantire che al termine del ciclo di studi secondari gli allievi possiedano le conoscenze e le competenze, definite dalla rispettive autorità scolastiche, necessarie ad assumere il ruolo di cittadini e di membri dell'Unione europea”. Oppure, l'ingegneria sociale, come nella provincia canadese della Columbia Britannica, dove il governo ha stabilito che lo studio di problemi inerenti a omosessuali, bisessuali e transessuali sia incluso nei programmi scolastici dei licei.

Il primo fronte della propaganda è sempre stato la scuola, il luogo dove si plasmano le menti delle nuove generazioni, dove si pongono le basi della trasformazione dell'uomo e della società. A partire, ovviamente, da quella del linguaggio.

Link: http://gongoro.blogspot.com/2007/08/piccolo-glossario-della-neolingua-5.html

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venerdì 21 dicembre 2007

TERRIFICANTE STORIA DALLA GERMANIA


DI PAUL BELIEN
The Washington Post

All'inizio di questo mese [02.2007, ndt], una teen-ager tedesca è stata sottratta con la forza dai propri genitori e imprigionata in un reparto psichiatrico. Il suo crimine? Era stata educata a casa (home-schooled).

Il primo di febbraio, quindici agenti della polizia si sono introdotti nella casa della famiglia Busekros, presso la città bavarese di Erlangen. Hanno trascinato Melissa (16 anni), la più grande tra i sei figli dei Buserkros, in un'unità psichiatrica presso la vicina Norimberga. Durante la scorsa settimana, una corte ha sostenuto che Melissa debba rimanere nell'Unità di Psichiatria Infantile in quanto soffre di "scuola-fobia".

L'home-schooling è illegale in Germania da quando Adolf Hitler lo mise fuori legge nel 1938 e ordinò che tutti i bambini venissero inviati alle scuole di stato. La comunità di home-schooler in Germania è infima. Come ben sapeva Adolf Hitler, i Tedeschi tendono ad obbedire agli ordini senza discutere. Solo circa 500 bambini sono stati educati a casa in un paese di 80 milioni di persone. Le famiglie che educano a casa sono perseguite penalmente senza pietà.

Lo scorso marzo, un giudice di Amburgo ha condannato un padre, reo di aver educato a casa i propri figli, ad una settimana di prigione ed una multa di 2.000 $. Lo scorso settembre, una madre di Paderborn con 12 figli è stata chiusa in prigione per due settimane. La famiglia appartiene ad un gruppo di famiglie tedesche etniche che immigrarono a Paderborn dall'ex Unione Sovietica. I Sovietici li perseguitavano perché erano Battisti. Un'iniziativa dei Battitisti di Paderborn per fondare una propria scuola privata è stata rifiutata dalle autorità tedesche. Una corte ha stabilito che i Battisti mostravano "caparbio disprezzo sia per l'obbligo dell'educazione di stato che per il diritto dei loro bambini di sviluppare le proprie personalità frequentano la scuola".

Tutti i partiti politici tedeschi, tra cui i Democristiani del Cancelliere Angela Merkel, si oppongono allo home-schooling. Dicono che "l'obbligo di frequentare la scuola è un obbligo civile, che non può essere cambiato". Gli home-schooler non ricevono sostegno nemmeno dalle chiese ufficiali (finanziate dallo stato). Queste sostengono che gli home-schooler "si isolano dal mondo" e che "la libertà di religione non giustifica l'opposizione all'obbligo di frequentare la scuola". Sei decenni dopo Hilter, i politici tedeschi e i leader delle chiese ancora non capiscono la vera libertà: che crescere i bambini è una prerogativa dei loro genitori e non dello stato, il quale non è mai un genitore benevolo ma, anzi, è spesso un nemico.

Hermann Stucher, un pedagogo che si è appellato ai Cristiani affinché ritirino i loro bambini dalle scuole di stato che, dice, sono cadute nelle mani di "attivisti neo-marxisti", è stato minacciato di processo per "Hochverrat und Volksverhetzung" (alto tradimento e incitamento contro le autorità). La ferocis della reazione governativa la dice lunga. La disputa riguarda il cuore e la mente dei bambini. In Germania, le scuole sono divenute veicoli di indottrinamento, dove i bambini sono portati ad accettare incondizionatamente l'autorità dello stato in tutti i campi della vita. Non è una coincidenza che le persone fuggite dall'indottrinamento sovietico capiscano quanto sta facendo il governo nelle scuole e siano tanto preoccupati da voler proteggere i propri figli.

Quanto preoccupa è che la maggior parte dei Tedeschi "nati liberi" accettino questo assalto alla loro libertà come normale e squadrino i genitori che guardano al sistema statale con sospetto.

A livello europeo la situazione non è molto migliore. Lo scorso settembre, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sostenuto la legge sull'istruzione di Hitler del 1938. LA corte di Strasburgo, i cui verdetti si applicano all'intera Unione Europea, ha stabilito che il diritto all'educazione "per la sua stessa natura, richiede una regolamentazione da parte dello Stato". Ha quindi mantenuto le conclusioni delle corti tedesche: "Le scuole rappresentano la società, ed è nell'interesse dei bambini diventare parte di quella società. Il diritto dei genitori di educare non giunge al punto di privare i bambini di quell'esperienza".

Mentre è inquietante che gli Europei non abbiamo imparato le lezioni dal loro passato dittatoriale - mantenendo leggi naziste e spedendo i dissidenti, tra cui bambini, in reparti psichiatrici, come erano soliti fare i Sovietici - ci sono ragioni di preoccupazione anche per gli Americani. Le Nazioni Unite stanno restringendo anche i diritti dei genitori. L'articolo 29 della Convenzione ONU sui diritti dei bambini stabilisce che è obbiettivo dello stato dirigere l'educazione dei bambini. In Belgio, la Convenzione ONU è stata usata per limitare il diritto costituzionale allo home-schooling. Nel 1995, alla Gran Bretagna fu detto che violava la Convenzione ONU permettendo ai genitori di ritirare i loro bambini dalle lezioni di educazione sessuale dalle scuole pubbliche.

Lo scorso anno, la American Home School Legal Defense Association ha messo in guardia che la Convenzione ONU potrebbe rendere lo home-schooling illegale negli Stati Uniti, anche se il Senato non l'ha mai ratificata. Alcuni avvocati e politici liberali nei vari stati affermano che le convenzioni ONU sono "diritto internazionale consuetudinario" e dovrebbero essere considerate parte della giurisdizione americana.

Attualmente, il travaglio della giovane Melissa Busekros è una terrificante storia tedesca. Che presto diventi anche una storia americana?

Paul Belien è curatore del Brussels Journal e un professore aggiunto allo Hudson Institute.

Link dell'articolo originale

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4080

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NON COSI' LIBERI IN GERMANIA

Traduco qui sotto un articolo di Joseph Quesnel, dello scorso 3 Marzo, sullo stato comatoso dei diritti di libertà in Germania. Il testo originale può essere consultato qui.

Andrea Carancini

NON COSI’ LIBERI IN GERMANIA

di
Joseph Quesnel (2007)


Rinuncerò al piacere di bere birra chiara tedesca e di mangiare crauti nell’immediato futuro e chiedo agli amanti della libertà di unirsi a me. Ho infatti aderito ad un boicottaggio internazionale dei prodotti tedeschi a causa dell’allontanamento di questo paese dalle libertà fondamentali. Qui in Nord America non sappiamo molto sulla Germania, poiché i nostri media si concentrano sui punti scottanti del pianeta, ma io ho notato un trend avvertibile che ci suggerisce che la gente dovrebbe prestare attenzione alla perdita delle libertà nelle cosiddette democrazie avanzate occidentali, come la Germania.

L’esempio più sinistro è quello costituito dalla famiglia Busekros. Una petizione in rete sta chiedendo il boicottaggio dei prodotti tedeschi a causa del trattamento subito da questa famiglia. Il crimine orrendo di cui si è resa colpevole, come altre in Germania, è che costoro hanno scelto di impartire essi stessi l’insegnamento scolastico dei propri figli, un diritto che qui da noi è riconosciuto. Insegnare a casa lì invece è illegale, e le autorità sono in cerca dei colpevoli.

Hanno impiegato 15 funzionari per portare via di casa la quindicenne Melissa Busekros, poiché il governo tedesco ha iniziato a usare la mano pesante con questi pericolosi nemici dello stato. Per ordine del tribunale, i funzionari scolastici hanno ordinato la rottura di una famiglia con cinque figli, dopo che lo stato ha deciso che il tirocinio scolastico domestico d’impronta cristiana è una “cultura parallela” che la Germania non può approvare. Una bambina è stata addirittura confinata in un reparto psichiatrico la cui ubicazione è stata negata ai genitori.

I genitori che praticano in Germania l’insegnamento domestico sono stati imprigionati per aver insegnato ai propri figli uno stile di vita cristiano. La Home School Legal Defense Association [Associazione per la difesa legale dell’insegnamento domestico] ritiene che vi siano altri 40 casi in corso in Germania contro insegnanti domestici. Gli insegnanti domestici non ricevono molta attenzione poiché sono una minoranza, ma è questa minoranza che ha bisogno della massima protezione contro una maggioranza desiderosa di negare i suoi diritti.

L’essenza di uno stato libero è data dall’esistenza di una società civile pluralistica dove sono permesse scelte differenti. Le autorità tedesche a quanto pare non rispettano le convinzioni di comunità religiose che ritengono che la famiglia debba essere il primo insegnante, non lo stato onnipotente. I miei genitori consideravano il compito di farmi da insegnanti un fatto non preoccupante durante gli anni in cui la Cristianità veniva cancellata dalle scuole pubbliche. Sono contento che non abbiamo vissuto in Germania.

Quello che è spaventoso è che la legge che proibisce l’insegnamento domestico venne adottata durante l’era nazista in base al principio che lo stato doveva assumere il controllo di ogni aspetto della vita.

Un sostenitore tedesco dell’insegnamento domestico ha detto: “Non siamo molto lontani da una dittatura intollerante. I diritti dei genitori sono aboliti sempre più. Se tu non educhi nel modo voluto dallo stato, il cosiddetto Jugendamt (Ufficio per il benessere della gioventù) controlla subito se ti possono portare via la custodia dei tuoi figli.”

Se questo fosse il solo segnale inquietante proveniente dalla Germania, mi fermerei, ma non lo è. Questo attacco all’insegnamento domestico viene subito dopo l’imprigionamento del revisionista dell’Olocausto Ernst Zündel, che è stato condannato a cinque anni di prigione per aver “negato l’Olocausto”, una cosa considerata sovversiva in Germania.

Dite pure che sono un folle, ma le idee e i pensieri dovrebbero essere messi alla prova nel forum di un dibattito pubblico, non criminalizzati. L’Olocausto è uno degli eventi più documentati della storia, così c’è un motivo per cui Zündel è emarginato. La libertà non vale nulla se non protegge le persone più vulnerabili e denigrate.

Per quanto mi riguarda, butterò via le mie uova Kinder Sorpresa e chiederò all’Ambasciata Tedesca di fermare la persecuzione delle famiglie tedesche.

Link: http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/12/non-cos-liberi-in-germania.html

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